Ormai da anni un tema apre stabilmente i telegiornali: la guerra. È una realtà ostile che vorremmo tenere lontano dai nostri pensieri, eppure ogni giorno ci viene raccontata attraverso immagini e notizie che non possiamo ignorare. Come se la Storia non fosse mai riuscita davvero a imparare dai propri errori. Dall’inizio dell’anno nel mondo sono attivi 56 conflitti distribuiti in cinque continenti. Solo l’Antartide resta esclusa per una ragione evidente: nessuno ci abitata.
Le guerre nel mondo oggi non sono più confinate a territori lontani. In un sistema globale sempre più interconnesso nessun conflitto resta davvero isolato e comprenderne le ragioni è sempre più difficile. Le informazioni scorrono velocissime, le narrazioni si scontrano, le opinioni si polarizzano. In mezzo a questo rumore continuo i libri sulla guerra diventano strumenti fondamentali: non solo per conoscere i fatti ma per comprendere le persone, le ferite storiche e le conseguenze umane che ogni conflitto lascia dietro di sé.
Dalle macerie di Gaza alla guerra tra Russia e Ucraina, fino alla tensione crescente tra Stati Uniti e Cina e i nuovi modi di combattere al fronte, i libri di guerra contemporanei aiutano il lettore a guardare oltre la cronaca immediata. Perché oggi leggere le guerre in corso significa anche interrogarsi sul futuro del mondo in cui viviamo.
Tra le guerre nel mondo più discusse e dolorose degli ultimi anni, quella tra Israele e la Palestina è forse anche una delle più difficili da raccontare senza cadere nella semplificazione.
Francesca Albanese nel suo libro Quando il mondo dorme racconta la situazione in Palestina partendo dalle persone. Albanese non è soltanto una studiosa del tema: è la Relatrice speciale ONU per i territori palestinesi occupati ed è considerata una delle voci più autorevoli a livello internazionale sulla situazione del popolo palestinese. Da anni lavora sul campo occupandosi di diritti umani, occupazione e diritto internazionale, affermandosi come figura centrale e spesso divisiva nel dibattito globale sulla Palestina. Nel libro però la geopolitica lascia spazio alle storie. La Palestina prende forma attraverso dieci volti che hanno accompagnato l’autrice nella comprensione di quel territorio e delle sue ferite. Ci sono bambini come Hind Rajab, uccisa a soli sei anni sotto le bombe che hanno devastato Gaza, simbolo di un’infanzia privata persino del diritto alla protezione. Ci sono medici come Ghassan Abu-Sittah, arrivato da Londra per operare nel pieno dell’orrore della guerra, ma anche studiosi, rifugiati, artisti e persone costrette a lasciare Gaza per poter sopravvivere o semplicemente esprimersi liberamente. Ogni storia intreccia memoria, dolore, identità e resistenza, trasformando il libro in qualcosa che va oltre il semplice reportage. L’autrice accompagna il lettore dentro una delle più profonde crisi umanitarie contemporanee, mostrando non solo le conseguenze materiali della guerra ma anche quelle psicologiche, culturali e umane dell’occupazione.
Dieci storie che si legano alle vite di molte altre, ponendoci le domande a cui è doveroso dare risposta: dov’è la casa di una persona rifugiata? In che condizioni vive il popolo palestinese? Fino a che punto può arrivare la crudeltà di un genocidio?
In La luce del risveglio la riflessione di Francesca Albanese sulla Palestina assume invece il tono di un manifesto civile e umano. Il libro nasce dall’idea che proprio dalla Palestina possa emergere una bussola morale capace di interrogare il presente e contrastare la crescente disumanizzazione del mondo contemporaneo. Attraverso una serie di verbi – sognare, resistere, curare, nutrire, piangere, ritornare – il racconto costruisce un percorso che intreccia memoria storica, testimonianze personali e desiderio di giustizia. Le vicende narrate attraversano oltre un secolo di occupazione e violenza coloniale, ma soprattutto restituiscono dignità alle persone che continuano a vivere, amare e sperare dentro la tragedia. Ci sono famiglie che custodiscono ancora la chiave della casa da cui furono espulse generazioni fa, persone che trasformano la cura in una forma di resistenza, artisti e giovani che continuano a danzare e creare anche tra le macerie. Il libro alterna dolore e speranza, denuncia politica e partecipazione emotiva, mostrando come la Palestina non sia soltanto un luogo di guerra ma anche uno spazio da cui può nascere una diversa idea di umanità e solidarietà collettiva.
Anche in C’era una volta Gaza Valerio Nicolosi sceglie di raccontare Gaza da una prospettiva completamente diversa rispetto a quella a cui siamo abituati. Reporter, regista e autore del podcast Racconti da Gaza, Nicolosi segue da anni i principali conflitti nel mondo documentando sul campo guerre, migrazioni e crisi umanitarie. Il suo legame con la Palestina nasce molto prima degli ultimi eventi: già dal 2014 teneva corsi di videogiornalismo all’università di Gaza City, vivendo da vicino la realtà di una città sotto un totale assedio. Ed è proprio l’esperienza diretta a rendere il libro così intenso. Nicolosi non mette al centro soltanto il conflitto, le bombe o la cronaca militare ma le persone che continuano a vivere dentro la guerra ogni singolo giorno. Il lettore entra così in una Palestina fatta di storie concrete, spesso invisibili o soffocate da una comunicazione semplificata e strumentalizzata. Ci sono i combattenti di Hamas nei tunnel di Rafah ma anche i giovani parkouristi che sfidano le macerie come gesto di libertà, i coltivatori di fragole, i pescatori, gli studenti e le famiglie costrette a vivere in un territorio frammentato dove anche attraversare pochi chilometri può diventare un viaggio interminabile.
Il racconto di Nicolosi mostra come nonostante l’assedio, la mancanza di acqua potabile, l’assenza di elettricità e la paura costante della guerra, Gaza continui ostinatamente a essere “vita”. L’autore restituisce il ritratto di uomini, donne e bambini che trasformano ogni gesto quotidiano in un atto di resistenza, speranza e sopravvivenza. Gaza appare così non solo come uno dei simboli più drammatici delle guerre nel mondo oggi, ma come un luogo profondamente umano dove la normalità prova continuamente a riemergere dalle macerie, come “fiori che rompono il cemento”.
Tra le principali guerre in corso quella tra Russia e Ucraina ha riportato l’Europa davanti a una frattura storica che sembrava appartenere al passato. Per comprendere realmente le ragioni del conflitto non basta fermarsi alle immagini dei bombardamenti o alle cronache dal fronte: bisogna esplorare le radici profonde che lo hanno reso possibile, tensioni mai realmente risolte.
È quello che suggerisce Paolo Mieli in Ferite ancora aperte, uno dei più interessanti libri sulla guerra per comprendere il legame tra passato e presente. Storico, giornalista ed ex direttore del Corriere della Sera, Mieli parte dall’aggressione russa all’Ucraina per mostrare come le grandi crisi contemporanee non nascano mai dal nulla, bensì da ferite storiche che continuano a riaprirsi nel tempo. La guerra tra Kiev e Mosca diventa il punto di partenza per un viaggio molto più ampio dentro le “lesioni” della Storia: dall’assassinio di Giulio Cesare alle persecuzioni medievali, dalle tensioni del Risorgimento fino all’emarginazione femminile attraversata dai secoli. Eventi lontani tra loro ma accomunati da una stessa idea: il passato non smette mai davvero di influenzare il presente. Mieli accompagna così il lettore verso una riflessione più profonda sui conflitti nel mondo, dimostrando come molte delle guerre contemporanee siano il risultato di memorie irrisolte, identità ferite e narrazioni storiche mai pacificate. La guerra in questa prospettiva non appare solo come uno scontro militare ma come il sintomo di qualcosa che continua a sopravvivere nel tempo e che, se ignorato, torna inevitabilmente ad esplodere.
Accanto alla lettura storica dei conflitti nel mondo, Russia l’impero che non sa morire di Anna Zafesovasposta lo sguardo sulla dimensione più profonda del presente: che Paese è la Russia contemporanea e come è arrivata alla guerra in Ucraina? La risposta non è solo geopolitica. L’autrice, giornalista e analista esperta di area post-sovietica, descrive una società attraversata da una tensione costante tra due poli opposti: da un lato la percezione di un cambiamento troppo rapido e destabilizzante, dall’altro una forte nostalgia per una stabilità imperiale mai davvero superata. In questa cornice la Russia di Putin emerge come un sistema che cerca legittimazione nel passato sovietico, costruendo una narrazione di continuità e potenza, mentre l’Ucraina viene raccontata come un Paese che ha scelto una direzione diversa, costruendo la propria identità proprio attraverso la distanza da Mosca e l’avvicinamento a un modello europeo.
Il modo più autentico per comprendere le guerre è mediante le vite di chi le ha vissute. Non più soltanto la grande Storia fatta di confini, strategie e diplomazia, ma le vicende individuali che ne custodiscono le ferite più profonde, restituendo il volto umano dei conflitti. È la forza di Vite al fronte di Luca Steinmann: raccontare la guerra come esperienza umana prima ancora che geopolitica, mostrando come i conflitti continuino a vivere nelle persone anche quando il fronte cambia posizione, nome o viene dimenticato dai titoli dei giornali.
Steinmann è un giornalista e reporter di guerra che negli ultimi anni ha seguito da vicino alcuni dei principali conflitti contemporanei muovendosi tra eserciti, milizie e popolazioni civili senza fermarsi a una sola prospettiva. Il suo racconto nasce da un lavoro sul campo estremamente diretto: Ucraina, Donbass, Libano, Siria, Nagorno Karabakh e molte altre aree diventano tappe di un viaggio dentro i conflitti in corso. Ma ciò che rende il libro diverso da una semplice cronaca è lo sguardo sulle persone. Steinmann incontra civili costretti a fuggire più volte da guerre diverse, famiglie che attraversano Paesi senza riuscire mai a scappare davvero dalla violenza, rifugiati che diventano nuovamente profughi in un altro conflitto. Attraverso queste storie, la guerra perde la sua distanza giornalistica e diventa qualcosa di continuo, intrecciato, quasi impossibile da chiudere dentro un confine preciso. I conflitti non restano isolati: si sovrappongono, si alimentano a vicenda, spostano persone e identità da un fronte all’altro creando una rete invisibile di conseguenze che attraversa intere regioni.
Tra i più significativi libri sulla guerra, Il volume di Steinmann segna un cambiamento di sguardo: il conflitto non viene più compreso soltanto attraverso gli eventi ma a partire dall’esperienza di chi lo vive. La Storia si sottrae così alla sua dimensione astratta per coincidere con percorsi individuali concreti: quelli di chi resiste, combatte o è costretto ad abbandonare la propria casa.
Non tutte le guerre nel mondo sono già esplose apertamente, alcune si combattono silenziosamente sul piano economico, tecnologico, diplomatico e strategico. È il caso della tensione crescente tra Stati Uniti e Cina, al centro di Usa-Cina di Kevin Rudd. Un libro che mostra perfettamente come il rapporto tra Washington e Pechino sia entrato in una fase estremamente fragile segnata da rivalità economiche, competizione tecnologica, cyberwar e scontri geopolitici sempre più duri. Rudd non racconta soltanto due superpotenze in conflitto ma due modi diversi di immaginare il futuro del mondo. Da una parte gli Stati Uniti e il loro modello di leadership globale, dall’altra la Cina di Xi Jinping sempre più determinata a ridefinire gli equilibri internazionali. In mezzo, un sistema globale fragile dove ogni crisi può trasformarsi rapidamente in un punto di rottura.
Il saggio di Rudd evidenzia una verità inquietante: i futuri conflitti nel mondo potrebbero non nascere da invasioni improvvise ma da una competizione permanente, ricca di pressioni continue e di un equilibrio sempre più instabile. Una tensione costante che non esplode in un unico evento ma si accumula nel tempo, ridefinendo lentamente il modo in cui il mondo immagina la propria sicurezza e il proprio futuro.
Per avere una visione completa delle guerre in corso, non è più sufficiente concentrarsi esclusivamente sui fronti di combattimento o sulle manovre degli eserciti. I conflitti contemporanei si giocano anche altrove: le nuove forme di guerra digitale stanno trasformando il modo stesso di combattere. È da questa consapevolezza che nascono i due volumi realizzati dalla rivista Internazionale.
Il primo, Nuove armi nuove guerre, analizza la trasformazione profonda dei conflitti contemporanei. Attraverso reportage e contributi internazionali, il libro mostra come le guerre di oggi siano sempre più determinate da droni, intelligenza artificiale, cyberwar e sistemi di controllo sempre più sofisticati. Il campo di battaglia non è più soltanto fisico: si sposta su reti digitali, flussi di dati e algoritmi che ridefiniscono il concetto stesso di potere militare. In questo scenario, le grandi potenze investono in modo massiccio nel riarmo tecnologico spostando il baricentro dei conflitti nel mondo verso una dimensione sempre meno visibile ma sempre più decisiva. La distanza tra chi combatte e chi viene colpito si amplia e cambia anche il ruolo del soldato: non più solo presenza sul campo, ma operatore remoto che agisce attraverso schermi e interfacce, dove il joystick per pilotare un drone può sostituire il fucile ma la distanza fisica non annulla l’impatto tremendo della guerra.
Il secondo volume, Guerre, allarga ulteriormente la prospettiva e accompagna il lettore dentro alcuni dei principali scenari globali: dall’Afghanistan allo Yemen, dal Sahel al Myanmar, fino all’Ucraina e al Medio Oriente. Attraverso reportage, mappe e analisi giornalistiche, il libro costruisce un mosaico fitto e complesso dei conflitti nel mondo che solo in apparenza sembrano distanti tra loro. In realtà tutti i fronti sono profondamente intrecciati: si influenzano a vicenda, generano instabilità a catena e contribuiscono a ridefinire equilibri politici, economici e sociali su scala globale. Ciò che accade in un’area remota non resta mai confinato: si riflette direttamente o indirettamente sugli assetti internazionali e sulle dinamiche che attraversano l’intero sistema mondiale.
Che si parli di Gaza, Ucraina, Russia, Medio Oriente o della crescente tensione tra Stati Uniti e Cina, i libri sulla guerra riportano sempre il lettore a una domanda centrale, difficile da evitare: quanto conosciamo davvero le guerre che stanno ridisegnando il nostro tempo e quanto, invece, le osserviamo solo da lontano?